La rinascita dei Borghi ai tempi del Covid19

Boeri: “Via dalle città, nei vecchi borghi c’è il nostro futuro”

In un’intervista rilasciata al giornale repubblica il professore Boeri rilancia l’importanza dei borghi. Chi abita in città soffre la mancanza di un piccolo orto, di uno spazio verde dove potersi distrarre un po’.

Mai come adesso ho visto a Milano tanti balconi verdi, e logge, terrazzi, perché il balcone è uno spazio vitale. Tutti hanno capito che il verde è un tema importante. Ma in Inghilterra già si prevede una grande spinta verso l’abbandono delle zone più densamente abitate. Succederà anche in Italia, chi ha una seconda casa ci si trasferirà – abbiamo ormai capito le potenzialità del lavoro a distanza – o ci passerà periodi più lunghi. Ma questo processo andrà governato. Servirebbe quindi una campagna per facilitare la dispersione, e anche una ritrazione dall’urbano, per lasciare spazio ad altre specie viventi. Poi, l’Italia è piena di borghi abbandonati, da salvare. Abbiamo un’occasione unica per farlo

Ci trasferiremo tutti in campagna?
«Io penso a un grande progetto nazionale: ci sono 5800 centri sotto i 5 mila abitanti, e 2300 sono in stato di abbandono. Se le 14 aree metropolitane adottassero questi centri, con vantaggi fiscali e incentivi… E già ci sono luoghi meravigliosi dove ti danno la casa in un centro storico a un euro, in Liguria, e lungo la dorsale appenninica».

Ma lei, non è angosciato dal fuori che ci aspetta, e di come sarà?
«Io penso che non bisogna lasciarsi deprimere, e che questa esperienza ci costringe e ci permette di ripensare tante cose. Naturalmente bisognerà evitare che la sorveglianza digitale e le barriere prevalgano sulle nostre vite, ma uscire da questa tragedia senza capirne le concause, questo sarebbe un vero spreco».

Allora parliamo di concause.
«Tanto per cominciare, i dati sulle polveri sottili, che fanno paura. La fragilità polmonare di chi vive in aree ad alta densità di particolato, è facilmente assimilabile al contagio. Nelle città serve un progetto che parta dalla riduzione forte delle auto, e quindi della sezione stradale, e un deciso passaggio all’elettrico, con incentivi, rottamazioni».

Tutto questo per creare salute, ma anche spazio.
«Certo, perchè dovremo portare tutto all’esterno. I negozi dovranno avere dei dehors, lo spazio chiuso è pericoloso in caso di pandemia. Ma anche lì, bisognerebbe togliere le tassazioni per chi occupa uno spazio esterno. Serve aria, il virus all’aria non sopravvive. Quindi, più spazio per noi, meno per le auto».

Gli spazi sono tutti da ripensare.
«Sì, ma siamo facilitati rispetto ad altri Paesi, Francia, Inghilterra Germania, noi abbiamo una storia di cultura all’aperto».

Saranno però impossibili manifestazioni politiche, cortei…
«Ma a Tel Aviv c’è appena stata la manifestazione contro Netanyahu, con molti partecipanti ben distanziati tra di loro. Insomma, bisogna tornare a studiare la prossemica, distanze spazi e corpi e il rapporto che c’è, in questi giorni sto giusto riguardando i vecchi libri degli anni Settanta. Le piazze sono un’enorme risorsa, bisogna riuscire a creare dei modi, e penso a luci, colori, ai nastri adesivi, per poter usare gli spazi aperti in cui ci si sposta, ognuno con la sua mascherina, per adesso. Usiamo le piazze, facciamo una campagna ‘venite nelle piazze italiane a fare cultura’, abbiamo così tanti festival, concentriamoli tutti a settembre».

Facciamo un esempio pratico. Lei è presidente della Triennale, come organizza il post coronavirus?
«Appena possibile, e spero che sarà a giugno, faremo tutto in giardino, che è grande e cintato, quindi potremo facilmente controllarne gli accessi. Avevamo in programma una mostra su Enzo Mari, dovremo spalmarla su tutti gli spazi che abbiamo per non creare congestioni. Costruiremo un palco, con 250 tavolini ben distanziati, la produzione culturale dovrà adattarsi a una spazialità diversa. Mi viene in mente uno spettacolo del Fog Festival, fatto dalla Triennale, si chiamava ‘Strasse’, lo vedevi girando la città in macchina».

E i grattacieli? Avranno ancora un senso?
«Vanno ripensati. L’ascensore, che è un elemento fondamentale di vita di una torre, dovrà avere un’areazione continua, e gli ultravioletti suggeriti da Fuksas sono un’ottima idea. Gli spazi comuni dovranno essere più ampi, e di più. Più pianerottoli, più atri e ascensori, quindi. In Corea stanno anche studiando una app che permette di prendere l’ascensore sempre da soli. Il tetto sarà la quinta parete, molto passerà da lì, e penso all’uso dei droni».

Molti pensano che le città siano finite, perché congestionate, ultrapopolate, quindi pericolose.
«Sarà importante disincronizzare i tempi degli uffici pubblici e delle scuole, per evitare i grossi flussi dei pendolari. Sarà decisivo ripensare il fuori, togliendo spazio alle auto, puntando sul verde. Così è stato a New York, a metà Ottocento: la popolazione si era quadruplicata, e non c’era più spazio, e la densità non funziona. Il paesaggista e urbanista Olmsted realizzò così Central Park, un parco gigantesco che è nato da una preoccupazione igienica».

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