Sì all’autonomia di Lombardia e Veneto, l’Italia spezzata tra scuola e ospedali

«Noi in Veneto diciamo padroni a casa nostra. Se ti va bene così bon, se no casa!”. Urlava così, il governatore del Veneto Luca Zaia, lo scorso primo luglio a Pontida. Per fortuna nessuno dei ragazzi che cent’anni prima erano a difendere la linea del Piave dall’ultimo assalto degli austriaci, molti di loro lontano da casa, ha potuto ascoltarlo. La storia gira, i simboli cambiano, il Piave e Vittorio Veneto da oggi in poi evocheranno altre sensazioni. Già, ma come sarà l’Italia dell’Autonomia? Sarà un Paese molto diverso. Non sarà uno stato federale, in cui singole entità con pari dignità stringono un patto, né uno stato unitario ma una sorta di Paese-buffet in cui ciascuno si serve da solo le pietanze che preferisce senza preoccuparsi se a chi arriva dopo resti poco o nulla.

LE REGIONI

Dimentichiamo le venti regioni di cui cinque a statuto speciale in cui era divisa la cartina d’Italia nelle aule scolastiche. Ci saranno tre fasce:

  • La prima comprende le sei autonomie storiche (Sicilia, Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Aosta, Bolzano e Trento).
  • La seconda sarà di sette regioni ad autonomia rafforzata: Veneto, che fa da apripista, Lombardia, Emilia Romagna e presto Piemonte, Liguria, Toscana e Umbria-Marche unificate.
  • La terza fascia sarà una sorta di “bad-Italy”, di Italia residuale, in cui le regioni resteranno sulla carta ma si vedranno sfilare i poteri in base al principio “meno Stato al Nord, più Stato al Sud”.

In pratica ci sarà un’Italia marginale, che comprenderà Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata e Calabria. Roma sarà una sorta di supercapoluogo di regione: perderà sempre più funzioni nazionali e acquisterà in cambio funzioni di controllo e gestione dell’Italia residuale. Già, ma come funzioneranno scuola e sanità in un’Italia simile?

L’ISTRUZIONE 

Consultate la Costituzione e vedrete (articolo 117, lettera n) che tra i poteri esclusivi dello Stato ci sono le “norme generali sull’istruzione”. Bene, penserete, quindi l’impianto generale della scuola resta nazionale. Poi però, all’articolo 116, scoprirete che tra le materie che possono diventare autonome c’è proprio la lettera n del 117. Cioè i poteri esclusivi possono diventare autonomi.

Quindi lo Stato continuerà a fare le leggi sulle “norme generali sull’istruzione” e, contemporaneamente, il Veneto potrà fare le sue “norme generali sull’istruzione” per il Veneto, la Lombardia per la Lombardia, l’Emilia Romagna per l’Emilia Romagna e così via. La scuola non sarà semplicemente regionalizzata, sarà “statarellizzata” perché ciascun territorio sarà padrone assoluto in casa sua. Nel tempo matureranno programmi diversi, diversi criteri sull’obbligo scolastico, molteplici carriere per i docenti. I quali saranno assunti su base territoriale.

Il rischio che con meno soldi ci sia una scuola peggiore al Sud è concreto, ma questo non sembra preoccupare chi ragiona in termini di casa mia e casa tua.

LA SANITÀ 

Oggi lo Stato determina i principi fondamentali e le Regioni gestiscono il sistema sanitario. Con l’autonomia la tutela della salute sarà una esclusiva regionale nei territori con autonomia rafforzata.

Spetterà quindi al Veneto decidere se e come aprire, e a che prezzo, le proprie strutture sanitarie all’arrivo di ammalati “stranieri”, nel senso di non veneti. Se creare corsie preferenziali per determinate categorie di residenti. Ma, soprattutto, il Veneto non dovrà più trattare anno per anno con le altre Regioni e con lo Stato il riparto del fondo sanitario, perché potrà trattenere direttamente la somma stabilita. Già, ma stabilita come?

LE RISORSE

Il punto più delicato dell’autonomia è la suddivisione delle risorse. Il principio generale è semplice e sarà attuato nella prima fase: tanti soldi spende lo Stato in un territorio per quella funzione, tanti ne riceverà la Regione per svolgere la medesima funzione. Ma l’obiettivo del Veneto e delle altre Regioni è di passare presto a un sistema di fabbisogni standard, in cui si misura non la spesa storica ma la necessità di un territorio più un bonus per le aree ricche.

Quello dei fabbisogni standard non è un meccanismo inedito. Si attua dal 2015 per i Comuni per cui in qualche modo è collaudato. Con i fabbisogni standard si ripartisce una somma di oltre 25 miliardi tra 6.500 comuni delle regioni ordinarie (per le altre il federalismo fiscale non ha effetti). Finora è stato attuato con molti trucchi.

Per esempio nel 2015 si è stabilito, «solo per il primo anno» che la perequazione – che per Costituzione è integrale – sarebbe scattata solo per il 45,8% del dovuto, per fare un favore ai Comuni ricchi. Nessuno dei Comuni poveri e danneggiati se ne accorse per cui la regola si è ripetuta ed è tutt’ora valida.

Altro esempio: si è stabilito che se non è erogato il servizio, il fabbisogno è zero, confondendo volutamente i bisogni della popolazione con quelli contabili dell’ente comunale.

Terzo esempio: dal 2017 si è deciso che i fabbisogni sociali vanno ridotti in Campania, Puglia, Basilicata e Calabria in base al principio che se una regione offre pochi servizi, anche i Comuni di quella regione devono offrire pochi servizi.

Un esempio concreto. A Pozzuoli nel 2016 erano riconosciuti fabbisogni per un indice di 182 (su centomila) relativo soprattutto a disabili e anziani non autosufficienti e dal 2017 si è deciso che l’indice diventava di colpo 127, guarendo fittiziamente una persona su tre e cancellando 2,5 milioni di fabbisogno.

Chiaro che in questa situazione il meccanismo dei fabbisogni standard è ad alto rischio, a meno che non sia finalmente calcolato con trasparenza e partecipazione pubblica. Cosa finora mancata.

I TEMPI 

Ma tutto ciò, quando avrà inizio? Visto che la legge sull’autonomia deve passare per il Parlamento siamo abituati a pensare a tempi lunghi e testi che rimbalzano da un’aula a quell’altra. Ma non ci sarà nulla di simile. In realtà l’unico dibattito che conta è quello che si è tenuto e si terrà in Consiglio del ministri, quindi purtroppo senza alcuna trasparenza. Una volta che il disegno di legge sarà firmato dal premier Giuseppe Conte e consegnato in Parlamento, quel testo sarà immodificabile.

La Camera e il Senato, infatti, potranno dire un sì o un no a maggioranza dei componenti, senza poter emendare neppure una virgola. Secondo alcuni costituzionalisti, il Parlamento potrebbe con un sussulto d’orgoglio rifugiarsi in un “no motivato” cioè un no che indichi le condizioni per dire il suo sì. In quel caso si dovrebbe ridiscutere l’intesa Governo-Regione, tornare in Consiglio dei ministri e quindi arrivare in Parlamento per l’ok definitivo. Ma è improbabile che deputati e senatori possano dire no, visto lo schieramento compatto del Nord (Lega-M5s-Pd) e il peso minoritario del Sud, pari al 34%.

La “linea del Piave”, insomma, è in Consiglio dei ministri. È lì che chi ha a cuore l’Italia tutta – e pensa che non ci siano “padroni” di una sua parte – deve far valere il buon senso senza frammentare scuola e sanità. Il Paese-buffet è una follia.

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